Quiesa

Il paese di Quiesa viene a disporsi, lungo la via Sarzanese, proprio a fianco di quello di Bozzano quasi come un unico e omogeneo insediamento urbano. Almeno fino al raggiungimento del suo centro storico dove abbandonando la strada provinciale che prosegue per Lucca e seguendone un'altra che in senso perpendicolare - dipanandosi verso destra lungo i piedi di una collinetta - ci avvia verso l'interno, conducendoci, piano piano diminuendo e diradandosi la presenza delle case e abitazioni, alla quiete dell'ambiente lacustre.

La sensazione che ho di Quiesa, passeggiando per le sue strade, almeno quelle che insistono per il suo centro, è di trovarmi in una stazione di sosta, un luogo di passaggio, nel bel mezzo di un incerto percorso, il cui senso o meta sia ancora imprecisabile e sconosciuto, a una delle sue due contrarie direzioni.

Forse sarà per le innumerevoli volte che sono transitato, ogni giorno avanti e indietro, per queste stesse strade – allora frequentavo l'Istituto Magistrale Paladini di Lucca al quale ogni mattina mi recavo partendo da Viareggio – assai poco convinto di quel corso di studi che frequentavo, e del conseguente indirizzo che avrebbero dato alla mia vita una volta conclusi. Tanto che quel continuo andare mi appariva proprio come poi sono risultati quegli studi nell'andare del tempo: un luogo di passaggio verso una disattesa meta, almeno negli esiti pratici e concreti che quel titolo scolastico mi conferiva.
O forse per essere quella strada che poi si arrampica per i tornanti del monte di Quiesa il tratto che poi ci conduce non tanto a un altro comune, lasciando il nostro di Massarosa per immetterci in quello di Lucca, quanto il tragitto che dal territorio della Versilia ci conduce alla piana lucchese, tratto di divisione dunque tra due ambienti diversi per abitudini, clima e umori.

Al centro del paese, verso la parte collinare, si alza la chiesa dei SS. Stefano e Michele, di forma solenne, neoclassica, con la muratura in pietra grigia a vista, la cui storia e origine è ben descritta da Emanuele Repetti nel suo Dizionario:
«Costà in Quiesa fu un monastero di monaci dell’Ordine Benedettino, la cui chiesa era dedicata a S. Michele. Di cotesto cenobio fondato, nel 1005 dalla contessa Willa figlia del Marchese Ugo e moglie del conte Arduino, s’incontrano memorie dal XI fino al principio del secolo XV. Citerò una bolla del Pontefice Martino IV spedita da Orvieto nel 12 giugno 1284 a Guelfo da Vizzano canonico di Pisa con ordine di esaminare e decidere una causa fra l’abate ed i monaci di S. Michele di Quiesa da una parte e Francesco, Gajo e Pietro fratelli Burlamacchi cittadini lucchesi dall’altra parte a cagione di censi non pagati.
[...] All’Articolo MIGLIARINO indicai due istrumenti relativi al Comune di Quiesa, uno del 2 novembre 1126, dai quali risultava che a quella età la chiesa del Monastero di Quiesa era anche la parrocchiale del popolo di Quiesa cui poscia fu associato per contitolare S. Stefano. Infatti nei cataloghi delle chiese della Diocesi di Pisa del 1277 e del 1372 manca la parrocchia di S. Stefano, sebbene non vi manchi il monastero di S. Michele di Quiesa. Il monastero de’ Benedettini di Quiesa fu soppresso contemporaneamente a quello della badia di Pozzeveri dal Pontefice Gregorio XII con breve dato in Lucca lì 3 luglio 1408 ad istanza di quei canonici, cui assegnò i beni dei due monasteri. – (ANNALI CAMALDOLESI T. VI). La parrocchia di S. Stefano a Quiesa nel 1832 contava 703 abitanti

Iniziata nella nuova costruzione nei primi decenni del XIX secolo, la chiesa è un edificio a crociera, ben ripartito nelle tre navate, nella soffusa luce che s'effonde dalla lanterna della cupola, posta all'incrocio con il transetto. Le decorazioni delle volte risalgono al secondo dopoguerra, terminate nella nuova consacrazione della chiesa avvenuta il 26 settembre 1955. Tra i suoi arredi figura un prezioso turibolo a castello, opera di Vincenzo Pellegrini, nella seconda metà del XVIII secolo. L´organo a canne è del 1837. All'esterno, separato dalla chiesa, si alza il campanile costruito nel 1833 ma poi restaurato all'attuale forma nel 1930.

Anticamente al monastero dei Benedettini - ricordatoci dal Repetti e qui edificato, oltre che per le pratiche di culto anche come probabile luogo di ristoro e sosta sulla via che veniva da Pisa, alla cui diocesi allora Quiesa apparteneva, per inoltrarsi verso Lucca o la piana massarosese - s'affiancava un ospedale costruito nel 1094 e ugualmente gestito dai benedettini. È all'opera di questi monaci che si è spesso associata l'introduzione e la coltivazione dell'olivo nella nostra terra, o almeno in questa zona, prima ricoperta da boschi di querce e lecci.

Sempre nel territorio di Quiesa, lontano dal centro abitato, è anticamente documentata, seppur in maniera alquanto lacunosa, una chiesetta di forma romanica, ancora oggi visibile, anche se in stato di deprecabile abbandono nonostante le numerose voci sorte per un suo pieno recupero. Si trova alla fine dei tornanti che ci portano alla sommità del monte Quiesa, proprio sulla cima, a fianco della via che ci conduce a Lucca, antico luogo di culto e meta di tradizionali processioni, ristoro e luogo di riposo per pellegrini e viandanti.

Poco distante dal centro del paese, sempre lungo i primi tornanti della strada provinciale del monte Quiesa, quasi nascosta dalla vegetazione e dalle mura di recinzione si alza villa Spinola. Nata come palazzina agricola ha nel tempo mutato questa sua destinazione per trasformarsi in ambiente residenziale. Si caratterizza per i multiformi e rigogliosi giardini tra i quali un roseto di forma quadrata che si ripartisce in quattro aiuole separate da viali al cui incrocio si trova una vasca quadrata incoronata da un marciapiede della stessa forma.

L'ambiente è scandito dalla presenza di pregiate vasche e fontane in marmo, quattro delle quali disposte lungo la facciata dell'edificio, che evidenziano e sottolineano la presenza di una sorgente che già il pittore tedesco Georg Christof Martini (1685-1745) nel suo Viaggio in Toscana, scritto nella prima metà del XVIII secolo, ricordava copiosa e cristallina.
Questa disponibilità di acqua sorgiva aveva anche alimentato alcune manifatture sorte in prossimità della villa: una filatura e una brilleria per il riso, coltivazione assai diffusa in quest'area del lago, oltre un mulino, ambienti oggi trasformati in palazzine residenziali.

Ma lasciata questa parte del paese, e la storia che ancora la abita, e attraversata via Sarzanese per imboccare la strada che porta a Massaciuccoli, un altro paese piano piano si scopre, dove nuove e vecchie abitazioni convivono, sempre accompagnate da un angolo di giardino, a volte di un appezzamento di terreno usato per la coltivazione di ortaggi o di qualche albero da frutto.

Sempre più rade isolate case, finché all'improvviso ci troviamo davanti al padule: i campi coperti di una scura terra, se siamo nella stagione invernale quando ancora il paesaggio è brullo, più terso che nelle altre stagioni. Feconda terra in attesa della fioritura primaverile; ora abitata da bianche gabbianelle nel loro lento procedere alla ricerca del cibo, nel quasi immoto e metafisico paesaggio.

Qui troviamo La Brilla, edificio sorto intorno alla metà del XIX secolo e progettato per la pilatura del riso. Ultimo superstite di tale architettura oggi esistente in Toscana è divenuto proprietà del Cumune di Massarosa e da questo concesso in gestione al Consorzio del Parco Naturale di Migliarino-San Rossore Massaciuccoli. "Monumento del lavoro bracciante nelle terre umide e memoria di tante tragedie silenziose" come scrive Piero Pierotti nella introduzione al volume di Sabrina Mariani, alla lavorazione del riso dedicato, La Brilla e le risaie di Massaciuccoli per Felici Editore, Pisa, 2008.
Fu fatto costruire, negli anni quaranta del secolo scorso, dal conte Carlo Minutoli-Tegrimi sopra le rovine di un vecchio casolare. Serviva alla pilatura del riso allora coltivato nelle risaie impiantate nei vicini terreni paludigni intorno al lago. Edificio oggi al centro di un'ampio progetto indirizzato al recupero del suo patrimonio storico, testimonianza di un'epoca e di una civiltà agricola, ora ripercorribile in una nuova realtà ambientale e museale.

 Proseguiamo poi, invece di svoltare per l'ampia curva che gira a sinistra verso Massaciuccoli, per una dritta e stretta viuzza accompagnata su di un lato da una lunga fila di maestosi platani, tra i quali spicca un raro esemplare di cipresso calvo. A un certo punto gli alberi vengono a essere sostituiti da capanni in lamiera, uno a fianco dell'altro, usati per il rimessaggio dei barchini da palude. Inconfondibile segno del nostro arrivo sulle sponde del lago di Massaciuccoli dove troviamo, a sua guardia e sentinella, la Piaggetta, l'antico porticciolo costruito dalla Repubblica di Lucca e usato come scalo di merci che qui transitavano tra la marina di Viareggio e Lucca, o verso gli altri paesi intorno.

Qui, appena arrivati e scesi d'auto, ci saluta una famigliola di gatti, fissandoci incuriositi e circospetti, con la loro voglia di venirci incontro e il timore di una brutta accoglienza. Poco lontano, in uno specchio d'acqua tra i canneti, quattro bianche oche, una dietro l'altra, procedono indifferenti nei lenti movimenti. Davanti a noi l'ingresso al parco di villa Ginori, dove si alzano numerosi ciuffi di rare palme che fanno di questo giardino un ambiente raro ed esotico, tra i più suggestivi di tal genere nella Toscana settentrionale.

L'antico edificio, che ospitava le strutture logistiche necessarie al funzionamento del porticciolo, è arrivato, dopo diverse ristrutturazioni, al definitivo assetto ultimato nel 1902: raffinata abitazione rappresentante di quello stile toscano neogotico che ha caratterizzato tante costruzioni, sorte, o in questo senso ristrutturate, all'inizio del XX secolo.

Nei suoi viali passeggiava Giacomo Puccini, legato dal comune amore per la caccia al marchese Carlo Ginori, proprietario dal 1887 della villa e dell'intero lago di Massaciuccoli, a cui il maestro dedicò La Bohème, forse a ringraziamento della concessione che il marchese gli aveva rilasciato all'uso di un capanno per la caccia sul lago e per il permesso all'interramento di una minuscola porzione della riva del lago, necessario all'ampliamento del giardino della nuova abitazione a Torre del Lago, sorta sulla vecchia casa-torre dove Puccini aveva abitato in affitto sin dal 1981 e ora, dopo i primi successi musicali, acquistata e completamente ristrutturata.

Fu proprio ispirandosi alle linee e allo stile di queste mura che Puccini ideò le sue ville di Chiatri e poi Viareggio. Giacomo Puccini fu anche - a conferma della sua familiarità con queste zone - presidente onorario della locale Misericordia di Quiesa, nominato a questa carica dall'assemblea dei soci del 25 marzo 1919.

Villa Ginori fu anche occasionale ritrovo per alcuni artisti che sulla fine del XIX secolo gravitavano sulle sponde del lago, riuniti in quel Club della Bohème che aveva sede a Torre del Lago, vicino alla residenza di Puccini, in una capanna di legno col tetto di falasco, già abitazione fino al 1894 di Giovanni Gragnani. Club della Bohème al quale partecipavano, tra gli altri, i pittori Ferruccio Pagni e Francesco Fanelli, a cui si deve la decorazione del soffitto della sala d'onore di Villa Ginori, poi Plinio Nomellini e Raffaello Gambogi, Angelo e Lodovico Tommasi.

Un manipolo di pittori riconducibili alla ormai trascorsa stagione dei Macchiaioli, che se non vissuta questa loro esperienza pienamente nei canoni e dettami stilistici del primo manipolo livornese strettosi intorno a Giovanni Fattori, pure ne aveva assorbito l'orizzonte poetico e umano: nel ricercare ispirazioni e verità artistiche in un quasi primitivo contatto e comunione con la natura – allora poche costruzioni si affacciavano sul lago, perlopiù capanne di legno e falasco che ospitavano i pescatori – dalla quale traevano atmosfere e soggetti per le proprie opere.

Oggi a Quiesa vive il pittore Giuseppe Giannini, dove è nato nel 1937 e quasi sempre vissuto tranne il periodo della sua giovinezza artistica, negli anni sessanta e settanta, trascorsa a Milano in compagnia di altri protagonisti della pittura figurativa italiana contemporanea, tra i quali Giuseppe Banchieri, Gianfranco Ferroni, Giuseppe Martinelli, Bepi Romagnoni. Artista dalla rinomata maestria non ha dimenticato di trarre alcune sue composizioni dall'ambiente lacustre, che pure gli è stato soggetto in un'altra sua importante espressione artistica: la grafica d'arte.

Ora ai lati di villa Ginori s'allungano i canali, e le schiere dei canneti e dei falaschi, scandite da radi pali ai quali s'attaccano le reti delle bilance. Girandoci di lato e posando lo sguardo alla parte opposta al lago, la striscia delle colline si presenterà nella sua modulata armonia: i rossi tetti o le chiare isole dei borghi che si intravedono tra gli infiniti verdi dei boschi, dai quali s'alza il lungo collo dei campanili a guardare fin quaggiù.

Dell'origine del nome di Quiesa lasciamo che a parlarcene sia Attilio Zuccagni-Orlandini in Corografia fisica, storica e statistica dell' Italia e delle sue isole pubblicato nel 1845: «Il nome di quel monte, comune anche al villaggio che siede al suo piè nel lato di mezzodì, è alterazione di Chiesa. Narrando infatti Giov. Targioni, che per due volte, in anni diversi, erasi trattenuto nell'umile osteria ivi posta, adopra ripetutamente il nome di Chiesa, mai quello di Quiesa; ed avvertasi che quel distintivo generico fu dato in Toscana a varie borgate e casali

In realtà sono diversi i termini che nel tempo vanno a designare l'attuale comunità, sempre nell'ombra di quel termine a cui anche Zuccagnini riferisce. Già quello di Quiesa appare nel XVI secolo, mentre in alcuni altri testi risalenti al XII e XIII secolo appare il termine Geza, assai simile alla parola gesa che nel vocabolario meneghino significa chiesa.


© Testo di Arturo Lini, tratto da "Il lago di Massaciuccoli", edizioni Caleidoscopio, Massarosa, 2008. Ogni riproduzione è vietata salvo l'uso personale previa citazione dell'autore o diverso accordo.