Porti moli e pontili nella storia versiliese
Aprendo la pagina di qualsiasi sito delle nostre amministrazioni comunali - intendendo per nostre quelle i cui confini insistono sulle spiagge versiliesi - balza subito agli occhi come tra le testimonianze più preziose del proprio territorio che esse ci mostrano - chiese o pievi, antichi manieri o bellezze naturali - ci siano i pontili, i porti, i moli. Alcuni sono recentissimi, altri riportano indietro il tempo a quando queste spiagge erano luogo di lavoro, di fatica, e la loro presenza oltre ad assicurare industrie e attività lavorative era sufficiente perché intorno prendesse vita una comunità, un villaggio, che il tempo poi trasformava in realtà sempre più ampie.
Guardando oggi a questi stessi luoghi sospesi nel tepore dei giorni, vivendo in essi il quieto trascorrere del tempo, risulta difficile pensare che per buona parte della loro storia i nostri antenati hanno dovuto lottare contro un ambiente ostile, in gran parte inabitabile, improduttivo, cosparso di macchie e boschi quasi impenetrabili, di acquitrini e paludi. In questa lotta tra l'uomo e l'ambiente un approdo, una foce utilizzabile allo scalo di navi e merci ha spesso rappresentato l'inizio di un significativo cambio di qualità della vita: un braccio di legni e travi che avanzava sopra le acque del mare era il segno di una trasformazione sociale e ambientale, quasi il segno di una nuova civiltà.
Il villaggio etrusco di San Rocchino
Già nell'VIII secolo a.C limitate e circoscritte opere di bonifica del terreno erano state portate a termine dalle popolazioni etrusche che vivevano nella piana costiera tra la foce del fiume Magra e quella dell'Arno. Assecondavano in questa usanza un loro antico costume: di realizzare, dove concesso dagli elementi naturali e ambientali, opere e interventi di ingegneria idraulica per migliorare e rendere più favorevoli la fertilità dei terreni e le condizioni dell'ambiente che li ospitava.
Il villaggio etrusco di San Rocchino, posto in un terreno di confine tra i comuni di Massarosa e Viareggio, ne è testimonianza. Sorgeva in un'area formata di terreni acquitrinosi, poi bonificata attraverso la posa di legname e fascine che davano una qualche solidità a un modesto insediamento fatto di capanne in materiale deperibile, di forma quadrata o rettangolare, il cui pavimento era d'argilla. Serviva da scalo marittimo ai traffici di merci e persone lungo le coste tirreniche che abbero il loro momento di maggiore attività nel VI sec. a.C.
Fu poi distrutto intorno al II secolo a.C., e quindi abbandonato, nella lunga guerra che qui ebbe luogo tra romani e liguri per il controllo di questa parte di territorio.
Le bonifiche romane
Anche i romani s'adoperarono a opere di bonifica. Vaste e importanti, come quelle attribuite a L. Papirio, da alcuni identificato in un funzionario della Roma imperiale, vissuto molto probabilmente a Lucca o a Pisa, a cui si devono le Fosse Papiriane, un insieme di opere idrauliche costituite da un reticolo di fosse condotte dalle paludi interne versiliesi alla costa marina, utili al deflusso in mare delle acque piovani e stagnanti, impedite al loro normale scorrere dalla depressione dei terreni e da un cordone di dune e tomboli venutosi nei tempi preistorici a formare, nel lento moto delle acque e delle correnti.
Opere queste necessarie, oltre al risanamento del territorio, anche alla manutenzione delle vie terrestri e marine, destinate ai commerci e agli spostamenti di truppe ed eserciti che qui, provenienti da Roma o da Pisa, transitavano verso Luni e le zone nord-occidentali della penisola, nonchè alla piena funzionalità di alcuni scali interni alle acque del Lago di Massaciuccoli.
L'antico porto di Motrone
Tramontato l'impero romano, dopo il susseguirsi delle invasioni barbariche con la loro scia di devastazioni e distruzioni di tutto quello che la civiltà romana aveva progettato ed edificato, bisogna risalire all'epoca medievale per trovare notizia di un porto attivo lungo il territotrio versiliese: è il porto di Motrone del quale abbiamo prime notizie intorno all'anno mille. Era situato alla foce dell'antico fiume Sala, posta ad alcuni chilometri dalla cittadina di Pietrasanta.
La sua attività era protetta da un fortino militare che ospitava una modesta guarnigione qui inviata dalla Repubblica di Lucca alla quale apparteneva quello scalo marittimo, usato anche dalla Signoria fiorentina, che evitava ai governi lucchesi l'obbligo di usare quello pisano, con il suo balzello di dazi e dogane.
Serviva da scalo alle navigazioni costiere tra Marsiglia, Genova, Piombino, Roma: almeno a imbarcazioni leggere, fino ai trenta metri di lunghezza. Ogni anno andavano e venivano a quell'approdo circa 150 navi, che attraccavano in prossimità della riva, mostrando in questo movimento una discreta vitalità, anche considerando la moltitudine delle barche più piccole che lo frequentavano. Rimase in attività fino ai primi decenni del XVI secolo, quando divenuto proprietà dei Medici fu da questi - che già disponevano dello scalo pisano - progressivamente abbandonato, lasciandolo esposto all'inevitabile interramento che ne segnò il definitivo tramonto.
Il porto di Viareggio
Del resto la Repubblica di Lucca da tempo aveva posto le proprie attenzioni ad uno scalo più vicino e più funzionale ai propri traffici, identificando in quello di Viareggio il porto idoneo ai propri scopi. Per facilitare la sua realizzazione si era impegnata, già a partire dalla seconda metà del XV secolo, in una serie di progetti per bonificare la spiaggia viareggina e l'intero entroterra che dai piedi del monte Quiesa, suo naturale davanzale alla costa tirrenica, arrivava alla costa versiliese. Nel 1488 viene costituita una società, la Maona, associazione di cittadini incaricata di procedere a tutti quegli interventi ritenuti necessari all'attuazione dell'opera di bonifica.
Interventi che si ripeterono nel corso dei secoli, affidati a eminenti scienziati e studiosi, con esiti alterni, fino ai progetti e all'opera del matematico veneto Bernardino Zendrini che intorno alla metà del XVIII secolo, con il drenaggio delle acque paludose e l'abbattimento della macchia marittima circostante l'allora piccolo abitato di Viareggio, iniziò quell'opera di riassestamento e bonifica del territorio che doveva poi condurre alla costituzione della prosperosa cittadina di epoca moderna.
Il primo segno di questa volontà del governo lucchese era stata la costruzione dell'attuale Torre Matilde, terminata nel 1534, che veniva giusto a sostiuire una torre di avvistamento e difesa alzata nel 1172 a segno di dominio e tutela sopra questa sua marina, spesso luogo di scontri e battaglie tra gli eserciti lucchesi e pisani che se ne contesero a lungo il possesso. Intorno a quella primitiva torre si era costituita una modesta comunità. Si trovava più a monte della Torre Matilde, lontana dall'attuale confine della spiaggia, testimoniando in questo anche il progressivo ritrarsi del mare di fronte alla preponderante spiaggia viareggina.
Prese dunque vita, all'ombra di questa nuova torre la città di Viareggio. Formata da una prima comunità di soldati, mercanti, pescatori e marinai. In un cammino lento e faticoso all'inizio, poi più spedito; facilitato dalle imponenti e continue opere di bonifica a cui abbiamo accennato, e assecondando, in questo suo fiorire ambientale, altrettanto fiorenti attività marinare e cantieristiche che trovavano luogo nella sua darsena, la cui crescita s'accompagnava a quella dell'intera città, con la sua vita mondana che caratterizzerà i secoli seguenti. Fatta di nobili e principesse, di dorate spiagge e lussuose dimore; quindi strutture turistiche che s'apparavano a quel disincantato mondo.
L'altra città, dei viali a mare e dei lussuosi negozi, confezionata e abbellita alle ragioni turistiche, dall'originario nucleo stretto intorno alla Torre Matilde si stava sviluppando lungo l'arenile posto a ponente del canale Burlamacca. Sulle orme di quella villa Paolina qui sorta nel 1822, per volere di Paolina Bonaparte, sorella prediletta di Napoleone, che qui ha vissuto la sua breve stagione d’amore con il musicista Giovanni Pacini, tra il 1823 e il 1824, prima di ritirarsi, abbandonata dall’amato, a Firenze dove morì nel 1825, a soli quarantacinque anni, a Villa Montughi.
Il progetto era dell'architetto Giovanni Lazzarini di Lucca, e contemplava un impianto neoclassico, rimasto poi del tutto isolato nelle successive costruzioni viareggine improntate ad uno stile liberty. Appartato e aristocratico tempio di villeggiatura che vedeva nel tempo crescere intorno a sé, tra dimore di agiate famiglie borghesi, in gran parte qui venute dalla vicina città di Lucca, e altre più modeste e popolari costruzioni, la fama e il richiamo di quel luogo di villeggiatura, che ai primi stabilimenti balneari del 1828, il Nereo per gli uomini e il Dori per le donne come si conveniva in ossequio alla morale e alle usanze del tempo, vedrà poi affiancarsi più ampie strutture che sorte su palafitte allungate per alcune decine di metri sulle acque del mare progressivamente stavano andando ad occupare tutta la spiaggia tra la foce del canale e l'attuale piazza Mazzini
La coeva ristrutturazione del porto e dell'intero sistema urbanistico, affidato nel 1820 dalla duchessa di Lucca Maria Luisa di Borbone a Lorenzo Nottolini, aveva confermato un ambiente urbano disposto in un regolare reticolo di vie perpendicolari che formavano quadrati isolati i cui terreni venivano ceduti, a condizioni particolarmente vantaggiose, a coloro che volessero edificare in questo nuovo ambiente.
Agli inizi del XIX secolo si giungerà alla realizzazione della prima darsena, a cui seguì circa un secolo dopo, il 28 settembre del 1913, la posa della prima pietra del nuovo porto di Viareggio in una suggestiva cerimonia alla presenza di Vittorio Emanuele III.
È questo il secolo d'oro della cantieristica viareggina: nel 1925 la flotta velica viareggina era stimata di uguale se non superiore consistenza a quella genovese. Ancora oggi la più grande nave ospitata all'interno di un museo risulta costruita a Viareggio, varata nel 1891 e poi usata per il cabotaggio lungo le coste del Mediterraneo.
Acquistata nel 1952 dalla Marina Militare Italiana fu trasformata in nave scuola e come tale usata, con nome di Ebe, fino al 1958 quando fu messa in disarmo nel porto di La Spezia. Qui smontata, è stata successivamente trasportata a Milano dove ora si trova, riassemblata in un padiglione del Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci. È lunga 51,5 e alta 9 metri, a dimostrazione ed esempio di ingegnosità e intraprendenza di una tradizione cantieristica che ancora oggi pone la cittadina versiliese, per tecnologia e stile, ai vertici della produzione mondiale.
Questo sviluppo dell'industria navale sarà sempra parallelo a quella dell'intera cittadina versiliese, sorretta da una crescita, sia economica che demografica, così vorticosa da ricordare più una terra del nuovo mondo che non una zona dell'antica culla etrusca. Andando a sfogliare il Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato per la prima volta a fascicoli tra il 1833 e il 1846, alla voce "Comunità e vicaria di Viareggio" leggiamo che "nel 1744 questa contava anime 2279, e nel 1844 era salita a 14145!!!!" con i punti esclamativi, in originale, ben comprensibili se dando un'occhiata alle altre comunità e vicarie dell'allora Ducato di Lucca troviamo, per esempio, che quella di Camaiore passerà, nello stesso periodo, dai suoi 8616 a 15019 abitanti.
Città che continuerà nella sua impetuosa crescita fino al nostro secolo, separata nelle sue due anime, quella dei cantieri navali e quella delle lussuose vetrine e degli stabilimenti balneari, tra le quali a dividerle corre il canale Burlamacca, autentico simbolo di questa cittadina, e non solo perché Viareggio si è sviluppata intorno alla sua foce - tanto che anche la Torre Matilde, il monumento più antico del luogo, era sorta lungo il suo corso e a sua difesa - ma anche perché ha sempre rappresentato un punto di separazione, fisica e reale, tra le due parti, o meglio i due volti di Viareggio: l'uno proletario e industriale, l'altro borghese e turistico, permettendo la crescita e l'affermazione di entrambe le sue anime senza che mai, nel tempo e pur essendo l'una non più distante di qualche decina di metri dall'altra, giusto la larghezza del canale, fosse questa di un qualche pregiudizio od ostacolo all'altra.
Come in un certo modo anche rappresenta Uberto Bonetti nel 1930 disegnando il manifesto che l'anno successivo accompagnerà i carri di carnevale: Burlamacco e Ondina, le due maschere del carnevale, l'uno sul molo di darsena, dalla parte dei cantieri e delle darsene, popolare e burlesco, e l'altra sul molo di passeggiata, dalla parte degli stabilimenti balneari, frivola e mondana, che sul canale, percorrendo ognuno i rispettivi moli, avanzano in letizia e concordia stringendosi per mano.
Diversità ancora oggi avvertibile, tanto che il passaggio da una zona all'altra, attraverso la slanciata e aerea passerella mobile che le unisce alzandosi sopra il canale Burlamacca in prossimità della spiaggia, quasi assomiglia ad un volo, tra paesaggi distanti, che non un semplice spostamento in uno stesso ambiente.
E basti pensare alle differenze di clima in cui si passeggia sul piccolo molo della “Madonnina”, nel chiaroscuro riservato e introspettivo, rispetto all'altro della “Passeggiata”, luminio festoso e vociante. “Con un segno / della mano additavi all'altra sponda / invisibile la tua patria vera” a volte ci si può ritrovare a pensare, andando con la mente a questi versi di Eugenio Montale, tratti da una sua celebre poesia, Dora Markus. Dal luminoso frastuono guardando alla quieta penombra stesa all'altro lato del canale, sotto la bianca sagoma della piccola statua della Madonna.
Il pontile caricatore di Forte dei Marmi
"Dalla parte di terra, la spianata era aperta sui campi e sopra ampia veduta dell'alpe da cui provenivano i marmi e quella strada, che la tradizione voleva aperta da Michelangelo Buonarrotti per carreggiarvi al mare i marmi da servire alla sepoltura di papa Giulio"
Così scrive Riccardo Bacchelli, nei suoi ricordi dei tempi trascorsi a Forte dei Marmi, cittadina della quale era fedele frequentatore, riferendosi a quelle prime notizie che volevano la cittadina versiliese sorta intorno a quella strada disegnata nei primi anni del XVI secolo per il trasporto del marmo dalle cave di Seravezza fino al mare. Come Leone X aveva sollecitato il grande scultore, impegnato nella facciata di San Lorenzo a Firenze, a voler usare il marmo proveniente dalle montagne dei comuni della Versilia, ora capitate sotto la giurisdizione dei Medici, al posto di quello proveniente dalle cave di Carrara.
Intorno a quella strada, o meglio al suo punto d'arrivo, sorsero alcune strutture conseguenti alla funzione per cui era sorta: un luogo che servisse da deposito e stoccaggio dei marmi e un pontile, ideale proseguimento di quel cammino che dalle montagna qui alla spiaggia s'inoltrava, costruito per il carico dei blocchi sulle navi e il trasporto via mare. È intorno a questo asse, a questa occupazione, che sorge e si sviluppa un primo nucleo della futura comunità che darà poi vita alla cittadina versiliese.
Nel corso del Seicento questa attività andò ampliandosi: sulle montagne furono aperte nuove cave: le occupazioni intorno a quel deposito di marmi aumentavano in numero e specie coinvolgendo altre parti e zone del territorio, limitrofe a quell'avanposto sul mare. Prendevano vita circoscritti insediamenti abitativi che andavano a mutare l'assetto del territorio, che l'uomo s'ingegnava di rendere produttivo e fertile, mutando quella natura fatta di macchie di lecci, di paludi e acquitrini.
È l'epoca delle grandi opere di bonifica che alla fine del Settecento, in gran parte volute e sostenute dal granduca Leopoldo, cominciarono a rendere più confortevole e abitabile l'intera zona: nel 1788 venne realizzato il forte da cui la cittadina prende il nome: il Fortino, costruzione militare sorta a difendere e promuovere lo sviluppo del territorio, e che ancora oggi sembra vegliare, nella sua robusta e ferma struttura, sulla pace del luogo.
L'attuale forma del pontile si deve a diverse ricostruzioni succedutesi nel tempo, che consolidavano infine una robusta impalcatura in legno attraversata in tutta la sua lunghezza da rotaie in ferro sopra la quale si spostavano i carrelli trascinati dai buoi, fino ai vascelli e i barconi che accoglievano i blocchi per la definitiva meta. Capace in questo di assecondare e sostenere l'aumentata attività portuale, insieme a una modesta attività cantieristica, indirizzata alla costruzione di barche e navicelli, che prese corpo nel XIX secolo in una vicina spiaggia ora detta di Vittoria Apuana. Quella struttura in legno fu poi distrutta da truppe naziste nel 1944. Nel 1957 fu ricostruita in muratura all'attuale architettura, come oggi la vediamo.
Nell'Ottocento altre attività prenderanno piede ampliandosi poi nel tempo. I primi turisti s'affaccieranno all'aria salubre del luogo: la linea ferroviaria, aperta negli anni sessanta di quel secolo e posta più a monte dell'abitato, diminuirà il ruolo e l'importanza del piccolo scalo marittimo. Sopra la spiaggia fino al mare continuerà ad allungarsi l'erede dell'antico "ponte caricatore", ormai in disuso a quella sua destinazione industriale: il pontile di Forte dei Marmi, insieme alle mura del Fortino ora simbolo della cittadina e della sua prorompente vocazione turistica.
Non c'è pagina dedicata al Forte, alla sua storia o alle sue spiagge, ai suoi salotti letterari o alle sue esclusive ville, che non parli di questa esile struttura, che ne incarna e sembra sorreggerne la storia e sulla quale possiamo immaginare le sue diverse anime a passeggio: quella marinara e quella operaia, quella turistica e quella mondana. Qui hanno passeggiato personaggi come Thomas Mann, stupito di quelle montagne che si specchiano in mare, o Curzio Malaparte che amava portarsi su "quel braccio proiettato verso il mare"; il poeta Eugenio Montale che qui dipinse i suoi primi paesaggi come ci testimonia il pittore Ernesto Treccani, Ungaretti, Pea, Carrà, o Manlio Cancogni, lo scrittore che per queste terre di salmastro e di questi umori fieri e riservati vive, che a quel pontile e più in generale alla Versilia, ha dedicato diverse pagine dei suoi libri.
Sulle acque del Lago di Massaciuccoli
Infine, per chiudere questa nostra breve storia, andremo su altre acque versiliesi. Non più quelle marine ma quelle che formano un' altra area, storica e celebrata, di queste terre: il lago di Massaciuccoli. Qui già in epoca romana era attivo un porticciolo adibito allo scalo merci e situato vicino all'attuale zona archeologica di Massaciuccoli. Serviva in gran parte ad alimentare il comprensorio romano sorto intorno alla villa dei Venulei, edificata nel processo di trasformazione di un più antico complesso architettonico verso il I sec. d.C. Rimasto attivo per tutta l'età medievale, anche dopo la caduta dell'impero romano, e lo smembramento e la diversa destinazione dei diversi edifici che formavano il complesso archeologico.
Poco distante da questo sito, troviamo la Piaggetta: quasi una fetta di terra allungata dentro le acque del lago, posta nel territorio del paese di Quiesa. Qui la Repubblica di Lucca aveva impiantato un modesto scalo, usato anche dalle altre comunità limitrofe che sul lago si affacciavano, per il transito delle merci che qui giungevano tra la marina di Viareggio e Lucca, o verso gli altri paesi dell'interno. Era fornito anche di un ufficio doganale, all'interno di un complesso portuale attivo fino alla metà del XVIII secolo e poi trasformato verso la fine dell'Ottocento, e diverse ristrutturazioni, nell'attuale villa Ginori.
Sulle sponde opposte a queste, sull'altro versante delle acque, troviamo Torre del Lago Puccini.
Qui c'era una piattaforma in legno prospiciente villa Puccini, realizzata nella seconda metà del XIX secolo come punto di attracco per barche e barconi, a cui si accedeva attraverso un ponticello poi inglobato nell'attuale terrazza in cemento la cui costruzione risale alla metà degli anni trenta del secolo scorso. Quella vecchia piattaforma fu poi trasformata in una terrazza ristorante, prima versione dell'attuale Chalet Emilio, nel corso del tempo poi convertito in una struttura in muratura come oggi la vediamo.
Oltre questa c'è una costruzione che nella sua modestia strutturale può aiutarci, così sgombra di ogni altra funzionalità che non fosse il piacere di starci sopra, a cogliere forse l'anima più profonda dei moli o dei pontili, una intima essenza, quel loro riverberarsi di luci tra acqua e terra: il cenacolo di Paolo Triscornia. Proprietario di cave e laboratori per la lavorazione del marmo abitava a Carrara ma sulle rive del lago veniva spesso in particolare nella bella stagione. Qui, a Torre del Lago, possedeva una casa che attraverso un pontile steso proprio davanti a quella s'allungava nelle acque del lago per continuare in una terrazza dove s'alzava un chiosco, prima in legno con il tetto in falasco, com'era consuetudine a quei tempi per le costruzioni intorno al lago, e poi mutato nel 1922 in una più solida struttura in cemento.
Appassionato di caccia e amico di imprenditori d'arte e artisti era solito invitarli a questo luogo sospeso tra acqua e il cielo. Ne rimangono alcune foto: volti e personaggi fissati intorno e all'interno dell'originario gazebo, protetto dall'esterno da una cerchia di veli che dai bordi del tetto scendevano, mossi dal vento, fino al pavimento in legno.
Numerose sono le testimonianze artistiche di quegli incontri, racchiuse nelle pagine di un diario che dall'estate del 1907 ne seguiva e scandiva il corso fino al febbraio 1931. Vediamo così i disegni e le caricature che spesso Viani faceva degli amici ospiti: di Domenico Rambelli, di Alberto Magri, di Moses Levy. Appaiono le firme di Puccini, di Nomellini, di Carrà, di Luigi Campolonghi, di Leonardo Bistolfi, di Arturo Dazzi, di diplomatici e ospiti stranieri.
Come un angolo di Belle epoque che qui su queste rive si fosse fermata, impigliata tra melodie e suggestioni alle quali per accedervi bastava percorrere il piccolo portale di legno, come un percorso magico capace di condurre in un tempo lontano e diverso.
Forse sta anche in questo, oltre il loro fisico esporsi ai venti, quell'aria di libertà e levità che viviamo sui pontili, il loro incrociarsi tra terra mare e cielo, il loro continuo ammiccare a qualcosa di oltre, con gli occhi che sostano e cercano sull'orizzonte distante.
Ai giorni nostri
A riprendere quel filo che viene dal passato, ridisegnando quella linea di terra che sopra un pontile s'allunga e continua nelle acque del mare, sono state due amministrazioni comunali: quella di Camaiore e quella di Pietrasanta che nel giro di pochi giorni hanno inaugurato, nelle rispettive spiagge di Lido di Camaiore e di Marina di Pietrasanta, nel maggio e giugno 2008, due nuovi pontili. La loro venuta, idealmente inserita in un processo storico tanto ricco di nobili predecessori quale quello versiliese, subito si contrappone a quella degli illustri antenati: dettati e costruiti per motivi di lavoro quelli, spazio faticosamente strappato alle acque e faticosamente difeso nel tempo. Dorate silhouette queste ultime, dedicate al riposo e alla quiete, nella festosità, e anche fastosità, delle due cerimonie di inaugurazione, ognuna nel proprio particolare svolgimento, che subito rivela l'importanza che i due eventi hanno rappresentato per l'intero territorio.
Ora entrambi, quelli del passato e questi di ora, accomunati da una identica vocazione che li anima: spazio destinato al tempo libero, alla ricreazione dei sensi, alla quiete dello spirito. Si porgono non solo al piacere degli occhi e dei passi: sotto il sole versiliese ammiccano, lasciando intravedere oltre le loro altre bellezze, lontane nel paesaggio fisico e in quello mentale, da scoprire a poco a poco, passeggiando sulle loro passerelle.
© Testo di Arturo Lini, da "Il pontile, Lido di Camaiore", 2009, Caleidoscopio edizioni, Massarosa (LU). Vietata ogni riproduzione, salvo l'uso personale previa citazione o diverso accordo con l'autore.