Antichi mestieri

Come qualsiasi altro ambiente naturale abitato dall'uomo anche le aree palustri sono state usate e sfruttate al fine di prelevarne quelle risorse utili e necessarie alla sopravvivenza delle popolazioni che vivevano in prossimità di questi ambienti. Si stabiliva così - almeno fino all'avvento dell'epoca industriale quando ampie superfici sono impiegate a particolari lavorazioni che andavano a sconvolgere l'assetto ambientale e, in conseguenza, quello sociale del territorio - un equilibrio tra uomo e natura, dove questa veniva preservata, mantenuta nei suoi delicati assetti e organismi necessari alla sopravvivenza dell'ambiente e, in questo, di quella dell'uomo che lo abitava. Questi mestieri, alcuni dei quali giunti alla soglia della contemporaneità, rappresentavano una autentica e feconda forma di cultura: testimonianza dell'incontro tra i saperi e conoscenze di una comunità con le caratteristiche ambientali del territorio che la ospitava.
Aldilà delle prime finalità di impiego di quei manufatti e di quelle attività era poi lo stesso ambiente, nella sua più ampia accezione, il prodotto finale di tale rapporto: specchio di un particolare processo che la storia dell'uomo e la geografia, nei loro diversi e molteplici aspetti, costituivano e costruivano.

LAVORAZIONE DEL FALASCO

Già la popolazione etrusca si impiegava nella lavorazione delle erbe e piante palustri quali il giunco o la cannuccia sortendone a una specie di ingegneria civile, applicata nella costruzione di robuste capanne dai tetti in paglia, ed a una industria minuta fatta di spazzole, stuoie e ceste.Una attività assai praticata nel comprensorio del lago fino agli anni sessanta del secolo scorso, e oggi tramontata, era permessa dalla presenza di un tipo di pianta comune in queste aree: il falasco. Assai diffusa un tempo, come canta – è proprio il caso di dirlo tanta è la musicalità dei suoni – Gabriele D'Annunzio in questi versi tratti dall'Alcyone, il Commiato, composto nei primi anni del Novecento.
«Si i gravi carri lungo le vie chiare / passa il falasco // Sono si vasti i cumoli spioventi / che il timone soperchiano dinnanzi / e il giogo cèlano e le corna e i lenti / corpi dei manzi, // onde sembran di lungi per sé mossi / e tra la polve aspetto hanno di strani / animali dai lanosi dossi, / dai ventri immani. // In fila vanno verso Pietrasanta, / strame ai presepi, ai campi ingrasso. / L'un carrettiere vócia e l'altro canta / a passo a passo.»

Elemento essenziale di tanta semplice architettura sorta sulle sponde del lago il falasco era utilizzato per ricoprire i tetti dei capanni: prime rudimentali abitazioni per tante generazioni che su queste sponde vissero. Ancora agli inizi dell'Ottocento la capanna è l'abitazione del pescatore e della sua famiglia, il cui modello costruttivo identico si ripete di generazione in generazione. Costituito da un solo ambiente nel quale in promiscuità si vive: segno di una vita quasi primitiva condotta in un luogo inospitale e inadatto a procurare qualsiasi altro reddito se non quello stesso offerto dalla pratica della pesca e della caccia.
Era usato anche nella costruzione di semplici strutture di riparo per gli animali, o di rimessa per gli arnesi da lavoro. Modeste e semplici costruzioni, quasi elementi naturali dell'ambiente: pochi pali alzati su una base generalmente quadrangolare e collegati tra loro, sopra i quali si stendeva l'orditura del tetto, poi ricoperta dai fasci di falasco. 

Ma il falasco era anche materia prima per attività artigianali. Veniva utilizzato nella fabbricazione di sedie, per rivestire oggetti comuni, quali damigiane e fiaschi in vetro, ma anche intrecciato nella composizione di oggetti d'arredo. Oppure direttamente raccolto in fasci che poi venivano venduti. Con il falasco si ricoprivano i pagliai, si preparava lo strame per i buoi. A volte dopo una giornata di pesca o di caccia con mucchi di falasco e legna si accendevano fuochi sui quali venivano cucinati i pesci: le anguille, girate più volte sulle fiamme, oppure se settembre od ottobre, era il luccio il piatto preferito, quando la sua carne si ingentiliva e si faceva più saporita. A volte la lavorazione del falasco si combinava alla pratica della caccia e della pesca, e ad altre occupazioni agricole, adattandosi tutte queste attività alle diverse stagioni in cui l'una o l'altra diventava più proficua e praticabile; dando così vita a esistenze che trascorrevano nell'ambiente del lago quasi in simbiosi con i suoi elementi, seguendone i ritmi, e l'andare delle stagioni. 

E pur misurando le ristrettezze e le difficoltà di quelle vite, se paragonate alla disponibilità di servizi e beni materiali che accompagna i nostri giorni, e pur volendo star lontani da ogni forma di retorica sul “buon tempo andato”, come da un braciere di ricordi acceso, pure ci si riempie di interrogativi, se non d'inquietudini, tornando con la mente al senso di vastità, di infinitezza, e in fondo di libertà, che accompagna l'uomo che sente d'essere parte della natura; come fosse questa la sua vera casa, il suo autentico "io", grande e vasto quanto il mondo stesso.

 LA PESCA

Fin dall'antichità laghi e paludi avevano animato ristrette e locali attività ed economie che si basavano sull'esercizio della pesca. Già nel Medioevo e fino al XVIII secolo la pesca di acqua dolce aveva un'importanza e un rilievo pari se non superiore a quella marina, regolamentata in numerosi atti che ne prescrivevano regole e modalità, attive in determinati periodi dell'anno e sorte a favorire il mantenimento del patri­monio ittico. La stessa amministrazione dei Medici sfruttava questa risorsa per incrementare l'eco­nomia del Granducato. Il pesce d'acqua dolce, considerato alimento di pregio e assai richiesto nei periodi di quaresima, era oggetto di un florido commercio tanto da divenire a volte oggetto di contesa e lite tra le varie comunità che si affacciavano agli specchi d'acqua, ognuna reclamando particolari diritti sulle aree oggetto di pesca.

Anche nelle acque di Massaciuccoli la pesca era un'attività diffusa. Oltre a rappresentare un elemento primario per l'alimentazione spesso veniva intrapresa come una vera occupazione, favorita in questo aspetto anche dalle numerose festività e pratiche religiose che richiedevano e aumentavano il consumo di pesce. «La pesca del Lago di Massaciuccoli mantiene altresi molte famiglie ed il governo ne ritrae un vistoso provento» scrive Emanuele Repetti, nei primi decenni del XIX secolo sul suo Dizionario Geografico, precisando poi che «assai maggiore è il numero dei marinai ed il lucro che ne ritrae il Principe da quella più copiosa che ottengono i pescatori del mare di Viareggio».

Tra le diverse modalità, in cui è venuta a essere praticata fino ai giorni nostri, quella "alla bilancia", o "al retone" se ci si trova nelle acque di Vecchiano, è la più caratteristica: a volte vero e proprio rito conviviale per i partecipanti che all'interno degli iniziali capanni in legno e falasco, e poi delle successive e più agiate baracche a volte munite di semplici ma ospitali cucine, si alternano all'argano di sollevamento della rete. Ed è anche quella che più ha segnato l'aspetto del lago, quasi a fare delle variopinte costruzioni un elemento costante e quasi naturale del paesaggio: con le reti trattenute e sollevate ai bordi dei canali o degli specchi d'acqua, e i pali che si alzano sopra la siepe delle cannelle e dei falaschi. 
Ma c'erano diversi altri tipi di pesca, tra i quali quella ‘a mazzacola’, cioè a mazzacchera, praticata nelle acque torbide per qualche recente piovasco, con un vecchio ombrello rovesciato ad accogliere le anguille che abboccavano ai lombrichi.

Oppure la pesca con la fiocina, condotta dal barchino che lentamente scivolava tra i canali e le acque illuminate dalla luna o con luci artificiali quali il ‘focone’, alla ricerca della preda, che poteva anche essere un luccio dal peso di diversi chili. In passato questi rari esemplari venivano a volte allottati all'interno della piccola comunità intorno al lago, con i numeri distribuiti nei locali pubblici e la curiosità e la festa che seguiva l'estrazione del numero vincente. Poi la pesca con il tramaglio, particolare tipo di rete; o con il ‘bertarello’, o bertuello, rete di forma conica disposta a imbuto e composta di elementi sempre più piccoli in modo che il pesce vi potesse entrare con facilità, senza poi riuscire a venirne fuori. Quella effettuata dalla barca con la tradizionale "volantina", caratterizzata da un particolare attacco per la rete posta a prua.

I destinatari di tante ingegnose pratiche erano tinche, anguille, carpe, lucci la cui pesca nei mesi di ottobre e novembre era particolarmente praticata, tanto da richiedere la permanenza nei capanni per intere settimane. Ma anche i ‘crognoli’ o i piccoli muggini, quando risalivano dal Burlamacca favoriti dalla presenza nel lago di acque salmastre, ideali per improvvisate fritture. Tecniche e modi ancora oggi in uso, nonostante l'introduzione di nuovi materiali per lenze e reti, dove naturalmente non siano vietate dalla legge.

LA CACCIA

Celebrata nella storiografia pucciniana – dove la possibilità di cacciare, insieme alla quiete e al silenzio propri dell'ambiente, sono indicate come le principali ragioni che spinsero Puccini a scegliere la sua dimora su queste sponde – la caccia, prima di essere quell'attività di svago propria dei tempi moderni, è stata un'attività indispensabile alle necessità alimentari dell'uomo, e ha rappresentato anche una forma di reddito, se non addirittura una fonte di sostentamento, sia attraverso una vendita diretta della cacciagione, sia attraverso mercati o commerci che a volte superavano l'ambito locale. Inoltre, nei suoi molteplici e prismatici aspetti, è stata elemento di salvaguardia dell'ambiente: come nel mantenimento dei "chiari", ambienti indispensabili alla nutrizione per diverse specie avicole, quando erano i cacciatori a liberare lo specchio d'acqua dalle piante infestanti. Anche le lussuose residenze nel tempo sulle sue sponde sorte, spesso rispondevano a questa utilizzazione: d'essere luogo oltre che di villeggiatura anche funzionale alla pratica della caccia. Ville di campagna spesso progettate e costruite proprio per impiegarsi a questo particolare scopo, qui richiamando e ospitando illustri personaggi appassionati di questa pratica. 

In origine legata alla sopravvivenza umana, l'esercizio della caccia si era nel tempo configurato come una prerogativa della nobiltà, estesa talvolta ai dignitari ecclesiastici di ordine superiore, intrapresa per motivi di svago se non per addestramento militare, o segno di prestigio ed espressione di potere.
Una prerogativa malvolentieri estesa al resto della popolazione alla quale era concessa – anche attraverso dei veri e propri contratti che regolavano anche l'esercizio della pesca – su particolari e precisati fondi e zone terriere, ed esclusivamente riguardo a una selvaggina minuta e di minor valore. Questa distinzione tra ‘caccia alta’ e ‘caccia bassa’, divenuta norma formalizzata nel Medioevo, arriverà fin quasi ai tempi moderni. In particolar modo nel lago di Massaciuccoli, spesso diviso e passato attraverso diverse proprietà che ne regolavano e permettevano l'uso e l'accesso, e quindi anche la caccia, in particolari periodi e modi.

Negli anni a noi più vicini la caccia in padule era praticata in diverse forme e maniere. C'erano gli appostamenti fissi, di solito disposti nella parte più centrale del padule, con i suoi capanni nascosti tra le fitte cannelle e circondati dalle tese per richiamare gli acquatici: gli stampi che galleggiando sullo specchio d'acqua, nelle variopinte forme riproducenti le varie specie, attiravano gli uccelli di passaggio fino in prossimità dell'appostamento. Queste sagome, un tempo realizzate con diversi materiali, davano vita ad artigianali e artistiche gallerie, composte di pezzi unici in sughero, legno, giunco; sempre fatti a mano e perciò per un qualche minimo particolare sempre diversi uno dall'altro. Oppure si praticava la caccia in barchino, dalla forma allungata e stretta, piatta sul fondo: ideale per navigare canali e stagni scivolando tra le cannucce fino a raggiungere i ‘segati’, procedendo poi con attenzione sul terreno melmoso e a volte cedevole. 
Un altro tipo di caccia era quello nella botte, dove il cacciatore stava rannicchiato all'interno di questo appostamento galleggiante; cullato dal dondolio dell'acqua aspettava che gli uccelli scendessero agli specchi d'acqua antistanti. 

Oltre a questi tipi di caccia, praticata in proprio, era usanza l'assistenza ai cacciatori, non certo di professione, allora giunti da altre regioni fino al lago, rinomato per la quantità e varietà di prede, ai quali veniva offerta la disponibilità di barchini, capanni, e di ogni altro strumento utile per poterla praticare. Giungevano per qualche battuta ordinaria, ma anche in occasione di particolari appuntamenti, tra i quali quello principe era rappresentato da un particolare tipo di caccia: la "tela". Si svolgeva in un giorno di ottobre e a volte, in presenza di un abbondante ripopolamento, anche nel mese di novembre.
Anche se diversi tipi di uccelli erano compresi in queste battute, quali i moriglioni o le anatre, la vittima principale di questa caccia era la folaga. Animale timido, circospetto, goffo nei movimenti a terra e lenta nel volo quanto ottima nuotatrice tanto da privilegiare questo modo di fuga di fronte ai pericoli: nuotando in branchi o spostandosi per brevi e affannosi voli a fior d'acqua.

Per partecipare alla tela si pagava un biglietto ai proprietari del lago, che erano dal 1887 fino all'epoca moderna i Ginori-Lisci, acquistato dal marchese Carlo insieme ai terreni intorno precedentemente proprietà del conte Eugenio Minutoli Tegrini. Il giorno convenuto, quando cioè si era stimato sufficiente il numero degli animali presenti, ci si radunava di prima mattina in quattro punti del lago: alla Piaggetta, a Massaciuccoli, a Vecchiano e infine a Torre del Lago, aspettando un segnale, lo scoppio di un mortaretto, che segnava l'inizio della caccia. I barchini, sui quali potevano prendere posto un massimo di due persone, disposti a ventaglio cominciavano a stanare gli animali incalzandoli verso il centro del lago. Quando l'accerchiamento era concluso, pressate da ogni lato, alle folaghe altro non rimaneva che prendere il faticoso volo. Lo facevano insieme, in diverse migliaia, andando quasi a ricoprire il sole: un cielo nero e mobile contro il quale s'abbattevano gli spari dei cacciatori.

Quelle che riuscivano a sorpassare questa linea di fuoco, avvicinatesi alle sponde incontravano una seconda linea di cacciatori che da postamenti fissi le aspettavano. Alcune ferite proseguivano per un breve tratto il volo, altre cercavano scampo nei terreni intorno al lago, nei canali, nei chiari. Qui trovavano altri cacciatori, che non avendo pagato il biglietto attendevano nelle zone limitrofe. Verso l'interno, nelle aree già agricole, erano le postazioni dei ragazzi a continuare la caccia, inseguendo e finendo quegli animali qui giunti, stanchi o feriti. Infine un altro scoppio di mortaretto annunciava la fine della caccia. Ne seguiva la festa: per l'abbondanza di cibo, ma anche per il piccolo commercio che ne seguiva.

«Fuori del tempo della cova le folaghe stanno unite in branchi numerosissimi, il che dà luogo a cacce divertenti e micidiali. È assai cognita quella con barchetti, chiamata la “tela”, nelle vicinanze di Pisa sul lago di Massaciuccoli, di proprietà del marchese Ginori-Lisci, che ha luogo diverse volte nell'autunno inoltrato e nell'inverno. Nella caccia del novembre 1903, alla quale presero parte con cento barche cacciatori di ogni parte d'Italia, furono abbattute circa seimila folaghe; così riferirono i giornali». Queste note, scritte da Pellegrino Artusi sul suo La scienza in cucina e l'arte di mangiare bene fanno da corona a una ricetta, quella delle Folaghe in umido, e bene ci mostrano, oltre l'ampia presenza di folaghe in quelle passate stagioni, anche il contesto a cui prima accennavo: da una parte l'aspetto giocoso e divertente della caccia, dall'altra la partecipazione di persone del luogo che s'offrivano nell'aiutare i cacciatori, e poi nella vendita degli animali, al fine di realizzarne un qualche guadagno.

LA COLTIVAZIONE DEL RISO    

La coltura che nella popolazione intorno al lago ha un posto preminente, nella memoria di un recente passato, è quella del riso, che sapeva offrire, nella sua complessa procedura bisognosa di un ampio impiego di mano d'opera femminile – le famose mondine o mondariso – una ricettiva industria per le genti delle frazioni intorno al lago. 
Il lavoro femminile è sempre stato ampiamente utilizzato nelle zone palustri perfettamente sposandosi a particolari lavorazioni, quali il rivestimento dei fiaschi e altri recipienti di vetro con erbe palustri essiccate, lavoro che generalmente si svolgeva presso il proprio domicilio. Ma anche nell'agricoltura, nella raccolta delle erbe, nel processo di fabbricazione dei mattoni, nella lavorazione dei cannicci, delle stuoie.
Nelle risaie del lago c'erano molte donne: venivano da Quiesa, da Bozzano, da Massarosa, da Stiava, da Bargecchia, da Corsanico. Lavoravano dalle otto del mattino fin verso le sei, interrotte nel lavoro dalla pausa per il pranzo che era di un’ora.

Con gli anni sessanta e l'affermazione sul nostro territorio di industrie, quale quella calzaturiera, che trovava nella mano d'opera femminile il principale impiego e supporto, vengono purtroppo perduti buona parte di quei mestieri legati principalmente alla cultura e tradizioni del mondo contadino. La coltivazione del riso - che presuppone l'uso o la creazione di un ambiente artificiale ben presto associato alla diffusione e allo sviluppo della malaria - dopo l'iniziale introduzione nelle campagne italiane avvenuta nel XVI secolo, aveva, nel nostro territorio, conosciuto periodi di osteggiamenti e divieti tanto che il Consiglio Generale della Repubblica di Lucca nell'adunanza dell'11 maggio 1612 «atteso il grave danno che resultava alla vita delli huomini circonvicini alle risaie» riprendendo istanze e richieste provenienti dai Comuni intorno a Quiesa ne aveva proibito in perpetuo di praticarle, "in luogo alcuno dello Stato nostro" sotto pena di scudi 25 ai contadini che le lavorassero e di 200 ai cittadini che le facessero lavorare. 

Nella parte a sud del comprensorio lacustre, in territorio pisano e dunque sotto una diversa legislazione, invero abbiamo notizia nella prima metà del 1600 della piantagione di una risaia in una proprietà poi concessa dai Medici all'olandese Wal di Startten, e successivamente rinominata "Cascina del capannone" per la presenza di tale edificio adibito alla lavorazione del riso. Anche se poi, dopo un certo periodo, si descrive quello stesso capannone trasformato in stalla e fienile, visto il naufragare del tentativo. La coltivazione del riso, in questa zona, venne successivamente reintrodotta ma presto abbandonata per la modesta rendita se confrontata alla difficoltà di reperire e sostenere la manodopera necessaria. 
Verso la metà del XIX secolo, precisamente nel 1839, Carlo II Ludovico duca di Lucca tornando sulla questione e indirizzandosi in segno opposto a quella precedente delibera e ad un'altra successiva del 1822, promulgata dalla madre Maria Luisa di Borbone che ancora tornava a sancire la proibizione della coltura del riso, concesse alcune prime autorizzazioni a imprenditori e proprietari terreni interessati alla sua coltivazione.
A queste, nel corso degli anni, ne seguirono altre sempre più numerose, sempre corredate da innumerevoli dispute e avversità popolari che accompagneranno queste decisioni e che si alimentavano dell'evidenza di una crescita costante del numero dei casi di malaria.

Nella campagna intorno a Stiava i casi malattia aumentarono vertiginosamente, nel giro di pochi anni: "Nella deliziosa vallecola di Stiava, soggiungeva il dottor Giannini, gli attacchi da febbri intermittenti dal mese di marzo al mese di luglio 1843, sino stati circa 130, fra i quali molti ricaduti sei sette volte. E prima delle Risaje non si ammalavano che sei, otto individui in tutto l'anno fra i molti che frequentavano il padule",  scrive il Repetti nel suo Dizionario, riportando il sunto di una relazione del dottor Michele Giannini di Viareggio indirizzata a Antonio Mazzarosa, presidente di una Commissione di sorveglianza istituita nell'aprile 1840 per valutare gli effetti delle risaie sulla salute della popolazione nel comprensorio massarosese. Pure queste evidenze non sortirono all'effetto di ripristinare il precedente divieto. Solo nella campagna di Montramito, nelle gronde che si allungano verso Viareggio, si interruppe tale coltivazione, almeno così è dato dedurre continuando a scorrere quanto scritto dal Repetti: 

"Per buona sorte dell'umanità e per poca sorte di avidi speculatori dal 1843 in poi [...] a Montramito sono ritornate a crescere naturalmente la Sala, la Spazzola di padule, e più comunemente il Giunco da stoje, le quali piante servono non solo di foraggio, ma accoppiate ad altri falaschi dei paduli costituiscono il letto delle stalle coloniche, sicché macerate forniscono una specie d’ingrasso a quell’umida pianura, mentre nei luoghi resi meno palustri mediante le fosse di scolo si seminano e vi fertilizzano piante leguminacee e granoturco."

Conseguenza questa probabile frutto d'una decisione del Duca dell'anno 1842 nella quale veniva precisato che il riso potesse solamente coltivarsi nei terreni assolutamente paludigni, tra i quali non erano dunque compresi quelli tra Stiava e Viareggio. Nel 1860 abbiamo poi una delibera, a firma del presidente del consiglio dei ministri del Governo Provvisorio Toscano Bettino Ricasoli, nella quale: «Rimangono nel pieno loro vigore le Leggi sulle risaie de' 5 aprile 1842 e del primo settembre 1849. Rimane altresì in vigore il Regolamento sulle risaie del primo settembre 1849, salvo che in quelle parti le quali siano state derogate dal presente Decreto da referirsi ed applicarsi soltanto e per eccezione al Palude o Lago di Massaciuccoli. [...] Dato in Firenze li ventinove febbraio milleottocentosessanta. Il Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell'Interno B. Ricasoli.» 

La coltivazione del riso, pur venendo a volte sospesa o vietata per brevi periodi, a volte ammessa solo in particolari zone quali i paduli di marina, sempre oggetto di studio e delibere di diverse Commissioni via via incaricate di valutarne effetti e convenienze, prese dunque un definitivo impulso a partire dalla seconda metà del XIX secolo, favorita prima dall'annessione al Granducato di Toscana e poi, più decisamente, da quella al Regno d'Italia. Coltivazione che raggiunse il suo apice negli anni venti e trenta del secolo scorso, sia attorno al lago che nelle vicine paludi di Bièntina, diventando oggetto di commercio anche oltre i confini nazionali. 

Il riso che si coltivava era il  Chinese, qualità proveniente dall'Oriente che meglio si adattava, in termini di resistenza e resa finale, al clima e alla conformazione di queste zone. L'intero processo iniziava con la preparazione dei "quadri" che venivano vangati e concimati, poi si sistemavano gli argini e si ripulivano i solchi. La semina veniva effettuata a primavera, generalmente nel mese di aprile, dopo aver allagato il terreno di acqua, elemento che garantiva una temperatura costante di 20-22 gradi. A questo scopo si usava una specie di ruota idraulica, simile nel funzionamento a una ruota di mulino.
Il terreno doveva dunque essere piano, senza pendenze, liscio in modo che l'acqua potesse stagnare in modo uniforme, diviso in "camere" o "quadri", cioè campi della superficie che variava tra 1000 e 10.000 metri quadrati e delimitati da argini alti fino a 50 centimetri.

A giugno avveniva la ‘mondatura’ che consisteva nell'estirpazione delle erbacce che ne affliggevano e ostacolavano la crescita. Successivamente venivano svuotati dell'acqua i campi per permettere, nei successivi mesi di settembre e ottobre, la mietitura, che doveva naturalmente avvenire a terreno asciutto. Le successive operazioni consistevano nella pulitura, sbiancatura e brillatura e, finalmente, si aveva il prodotto finale pronto per la vendita. 
Questa coltura è definitivamente tramontata negli anni cinquanta principalmente per il crescente costo di un prodotto la cui coltivazione e commercializzazione richiedeva un alto numero di mano d'opera, sempre più difficile da reperire e sostenere, viste le concomitanti possibilità di attività lavorative, anche industriali, che si andavano affermando nel territorio. 

LA COLTIVAZIONE DEL GRANO E DELLE ARACHIDI

In autunno quando più la terra è umida e fertile avviene la semina del grano. Quasi una cerimonia sacrale, il cui inizio si perde nelle epoche primitive, e che aveva nell'area mediterranea il suo fulcro. Già in Egitto sono stati ritrovati, in alcune tombe poste lungo il fiume Nilo, affreschi che ritraggono l'intero ciclo della sua coltivazione, dalla raccolta alla macinazione. In alcune miniature medievali sono raffigurate scene che ne illustrano le diverse fasi, ripetute attraverso i millenni quasi in identici modi e con identici strumenti, fino all'epoca moderna quando l'utilizzo della macchina ha mutato modi e tempi di lavoro.

Immagini radicate nella nostra cultura: la figura china sull'aratro trainato dai buoi, oppure la terra pronta a ricevere la semina dopo che il terreno sia stato frantumato e uniformato, per mezzo di uno strumento, lo ‘spiano’, oppure di un erpice, trainato da animali.
Infine la mietitura, nel fruscio delle falci e dei fasci di spighe addossati l'uno sull'altro a formare i covoni. Quindi i piazzali e le aie delle case dove avveniva la trebbiatura, a cui partecipava tutta la famiglia e spesso, in un reciproco aiuto, i vicini. Finché l'oro biondo, separato dalla spiga, veniva raccolto e ammassato nei contenitori.

La coltura del grano era praticata un po' dovunque nei terreni bonificati intorno al lago. In molti di questi essa ancora continua, con modi e ritmi oggi assai diversi: la mietitura, la trebbiatura, e la raccolta sono ora meccanicamente eseguite in un unico passaggio, che più niente conserva dell'antica e sacrale cerimonia dove l'uomo si prostrava, reverente e grato, davanti alla divinità che aveva permesso e insegnato la coltivazione dei campi. Cerere era il nome di questa dea nella mitologia romana. Veniva rappresentata come una matrona fiera e gentile: una corona di spighe le cingeva il capo, in una mano stringe una fiaccola, oppure uno scettro, e con l'altra porge un canestro ricolmo di fiori e frutta. 
«Prima Ceres unco glaebam dimovit aratro, / prima dedit fruges alimentaque mitia terris, / prima dedit leges; / Cereris sunt omnia munus;» [Per prima Cerere smosse col vomere dell'aratro le zolle, / per prima diede messi e frutti pacifici alla terra, / per prima diede leggi: tutto è dono di Cerere.]

Così la descrive Ovidio, nel quinto libro delle Metamorfosi. che iniziò a comporre nel terzo anno d.C.: immagine che bene evoca, e rappresenta, il profondo sentimento e rispetto che si aveva verso la natura, rivolgendosi a lei come a una entità mossa dagli stessi impulsi, profondità e destini, che presiedono l'animo umano, e più in generale l'intero universo. Altri generi di coltivazioni sono poi sorte nelle aree intorno al lago, in particolar modo durante il XX secolo favorite dall'estendersi dei terreni bonificati, fino ai moderni sistemi di coltura oggi concentrati a nord tra il lago e la via di Montramito, e a sud in gran parte nella campagna di Vecchiano, tappezzata da ampie distese di piante di mais, di girasoli, tra le quali s'incontrano terreni messi a frutteto.

Nella campagna intorno Massarosa viene a essere praticata la coltura delle arachidi. Introdotta in tempi a noi più vicini per un uso e consumo familiare, la sua coltura si ampliò quando fu trovato il modo di ricavarne un pregiato olio alimentare; scoperta avvenuta durante la seconda guerra mondiale. Le prime colture in Europa avvengono in Francia verso la fine del XIX secolo. Nella campagna massarosese la sua coltivazione si consolida nella seconda metà del XX secolo, spesso gestita, insieme ad altre colture agricole, da piccole imprese a conduzione familiare. 

L'ESTRAZIONE DELLA TORBA 

La storia del lago non è fatta solo dai movimenti delle sue acque e dei suoi confini, dalla qualità e costituzione del suo mobile suolo, dall'azione del tempo e delle stagioni e da quella dell'uomo che in quelle pieghe e ritmi, assecondandoli e custodendoli come l'unico patrimonio di cui disponeva, conduceva il proprio lavoro e la propria esistenza. Il suo aspetto e conformazione sono spesso dettati anche dallo svolgersi di attività che andavano a modificarne profondamente la struttura. In particolar modo le attività sorte all'affacciarsi dell'epoca moderna, con le sue regole votate al solo profitto, vengono a incidere nella struttura e conformazione dell'ambiente le cui risorse sono ora sfruttate industrialmente, ben presto mutando equilibri e scenari che la natura nei millenni aveva disegnato. 

Tra queste attività l'estrazione della torba è stata tra quelle che maggiormente hanno inciso sulla fisionomia di alcune aree del bacino lacustre. È questa una materia fossile, ricca di carbonio, che si forma nei terreni palustri dalla lenta decomposizione dei vegetali in ambienti poveri di ossigeno. È un tipo di carbon fossile, primo stato di formazione del carbone. In alcuni paesi la torba secca, spesso compressa in piccoli mattoni, viene impiegata come combustibile, utilizzazione che ne è sempre stata, in particolar modo in Italia, quella principale. Viene anche adoperata come fertilizzante nella coltivazione di numerose specie di piante, nella cosmesi, nell'edilizia, nel settore alimentare; fino ad essere compresa nel processo di produzione del celebre malto torbato: attraverso fumo di torba che impregna l'orzo maltato.
Molte zone del lago erano e sono ricche di questo materiale, la cui utilizzazione comincia negli ultimi decenni del XIX secolo e si intensifica durante la prima grande guerra a causa della scarsità delle fonti energetiche, per essere poi definitivamente abbandonata nel 1927.

La lavorazione richiedeva un grande quantità di mano d'opera. Era estratta dai fossi, appositamente tracciati a mo' di trincee attraverso i canneti. Inizialmente si provvedeva allo ‘scrosto’ dell'area da escavare, si puliva cioè il terreno dallo strato superficiale della vegetazione. Quindi si effettuava lo scavo, profondo generalmente fino a due volte la lunghezza del ‘ferro’, che era lo strumento usato per l'estrazione dei parallelepipedi di torba, arrivando così quasi a due metri di profondità, quindi veniva tagliata con grossi coltelli, messa dentro forme e stampi e trasformata in mattoni lasciati a essiccare per circa dieci giorni all'aria aperta. 

Per una sua più immediata utilizzazione nel 1894, con lo sviluppo delle attività industriali, il marchese Carlo Ginori-Lisci realizzò la costruzione di uno stabilimento dove la torba, raccolta e distillata, era trasformata in mattoni da utilizzare come combustibile. Di questo stabilimento, una torbiera rimasta in attività fino al 1910, è ancora oggi visibile la ciminiera, alta, sopra le cannelle, circa una decina di metri nelle vicinanze della stessa villa Ginori, tra il Burlamacca Nuova e il Fosso Malfante, a un centinaio di metri dalla sponda del lago. 

L'estrazione riprese vigore e forza in occasione della prima grande guerra. Furono concesse nuove autorizzazioni a Enti o privati cittadini che aprirono torbiere nella zona palustre a nord-est del lago. Terminato il periodo bellico l'uso della torba grezza subì un deciso e brusco calo: dalle mille unità del 1918 si passò ai 34 operai impiegati nel 1921. Si giunse allora alla progettazione e costruzione di un impianto di rigassificazione della torba, innalzato a Torre del Lago e gestito dalla Società Torbiere d'Italia, all'uopo fondata nel dicembre 1918, con lo scopo di usare il prodotto finale di questo processo per alimentare una centrale termoelettrica capace di produrre energia destinata alle Ferrovie dello Stato. In questo periodo, lungo cinque anni dal 1922 al 1927, si scavò in un'area di circa 4500 ettari ai margini delle acque del lago, arrivando nel 1925 a produrre quasi il 75% dell'intero quantitativo estratto in Italia.

La torba veniva scavata per mezzo di benne mordenti a 3 valve montate su galleggianti. Quindici chiatte di 80 tonnellate ciascuna, trainate da tre rimorchiatori, eseguivano il trasporto della torba essiccata al piazzale - deposito di Torre del Lago, dove veniva di volta in volta prelevata per il rifornimento dei vicini impianti industriali. Gli operai addetti all’estrazione e alla stendita della torba provenivano, oltre che da Torre del Lago, dai centri posti ai margini del giacimento; lavoravano in media 150 giorni in autunno, inverno e primavera, e altri 60-70 nell’estate. Le condizioni dei lavoratori delle torbiere erano molto dure: pesante e continuo era il lavoro, che prevedeva soltanto una pausa di un’ora e mezzo per il pranzo del mezzogiorno, da consumarsi al sacco, sull’argine.

Queste note, a firma di Santo Vetrano e tratte dal sito Oasilipumassaciuccoli dove sono presenti anche numerose altre pagine sulla vita e storia del lago, bene ci documentano la complessità e l'ampiezza di tale attività. Furono proprio le esalazioni e i rumori prodotti dalla costruzione di questo complesso a indurre Giacomo Puccini, a lasciare nel 1921 la propria abitazione di Torre del Lago per trasferirsi a Viareggio, dove si era fatto costruire una villa nel nuovo quartiere del Marco Polo e dove visse sino al 1924, anno della sua morte. Nel 1927 l'intero impianto di Torre del Lago viene chiuso, concludendo, in una tragica scia di problemi economici che la popolazione del luogo si trovò ad affrontare e subire, il breve periodo della industrializzazione della cittadina versiliese.

Esistono oggi diverse foto d'epoca che mostrano gli improvvisati piazzali pieni dei rettangolari mattoni. In altre foto si vedono operai ai lati delle fosse intenti all'estrazione, o a costruire argini e paratie, fatte di fascine e terra, per proteggere gli scavi dal ritorno dell'acqua. Ma esistono ben più rilevanti testimonianze di queste attività: i canali Burlamacca Nuova, Punta Grande, Malfante, Centralino, Fosso Morto testimoniano, nel loro lento scorrere dove prima esistevano canneti e falascheti, il passaggio di quei galleggianti e di quelle chiatte utilizzate per l'estrazione e il trasporto della torba.

IL MATTONAIO

Un'altra attività sorta sullo sfruttamento del suolo e apparsa nel comprensorio del lago nella seconda metà del XIX secolo è stata quella del mattonaio, similmente a quanto è avvenuto in Toscana dove la sua presenza è documentata fin dal 1870, per rimanere attiva fino alla metà del secolo successivo. Occupazione stagionale che iniziava in primavera per concludersi all'inizio dell'autunno, in un gravoso impegno giornaliero che andava dalle prime luci dell'alba fino alla sera. Le caratteristiche del suo lavoro ricalcavano quelle dell'operaio di quegli anni: lavoro a cottimo, per una paga minima; 18 ore di impegno giornaliero per un lavoro che a volte bisognava inseguire, su e giù in particolar modo nell'Italia del Nord e al quale spesso partecipava l'intera famiglia: una piccola catena di montaggio familiare dove anche i ragazzi avevano ruolo e compiti. 

 La mota argillosa, una volta estratta dal terreno, veniva impastata con acqua, per essere successivamente ricoperta con un telo che ne impediva una rapida essiccazione. L'impasto ottenuto veniva portato, in misurate porzioni, su appositi banchi in legno, ricoperti di un sottile strato di fine sabbia, dove a una prima modellatura manuale ne seguiva la posa negli stampi. Da questi usciva poi il mattone nella sua forma finale, lasciato quindi a essiccare per circa dieci giorni in lunghe file alzate sotto un riparo che le proteggesse da eventuali piogge, e sovrapposte a lisca di pesce per permettere una migliore aerazione. Insieme a questa procedura ora descritta, che possiamo definire di base, esistevano poi anche altri tipi di mattoni, come le tegole, le tavelle, le cornici o i mattoni sagomati, che richiedevano lavorazioni più complesse, basate su manualità più professionali.

Intorno al lago sorsero anche alcune fornaci. In area massarosese è ancora ben visibile la fornace di Massarosa, il Fornacione, a lato della strada Sarzanese-Valdera. Danneggiata e minacciata dal tempo, assai più che da un bombardamento subito durante la seconda guerra, sarebbe sede ideale, se ristrutturata e salvate le poche parti rimaste in piedi dal progressivo decadimento, di un futuro museo delle arti e dei mestieri del lago. 
Costruita agli inizi del Novecento e alimentata inizialmente a sansa, per passare poi a una alimentazione a gasolio, ha cessato ogni attività intorno al 1980. Nel 1953 il consorzio di bonifica, con sede a Viareggio, aveva intimato alla Società Fornaci Laterizi di Massarosa, proprietaria dello stabilimento, di «sospendere i lavori di escavazione di terre in Massarosa» che questa società, avendo da circa un anno esaurito la proprie cave di argilla, aveva intrapreso in alcuni terreni precedentemente acquistati e situati entro il perimetro di bonifica.

Quella intimazione, pur legittima visti i regolamenti che proibivano in quel territorio qualunque apertura di cave, fu in seguito ritirata in considerazione delle garanzie fornite dalla società sui modi di escavazione, e anche del fermento prodotto negli operai, circa sessanta, che temevano una possibile chiusura della fabbrica. Continuò così a essere rifornita di argille locali tanto che in alcune località nel territorio intorno, come quella agli Sterpeti, sono rimaste colline tagliate a metà, sventrate e divorate dal suo continuo consumo di materia prima.

 
©Testo di Arturo Lini, tratto da "Il lago di Massaciuccoli", A. Lini - A. Pelosini, Caleidoscopio, Massarosa (LU), 2008. Ogni riproduzione è vietata, salvo il diritto di citazione, l'uso personale previa citazione, o diverso accordo con l'autore.